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14-09-2026 Lido Adriano Panatta Cup- TCS in trasferta
Erano una cinquantina.
Un gruppo di tennisti del Tennis Club
Spirano, di età sufficientemente matura da sapere che dopo una certa ora
una partita di doppio diventa un investimento fisico ad alto rischio, ma anche
sufficientemente giovane dentro da ignorare completamente questa informazione.
La destinazione era il mare, tre giorni e un’idea
apparentemente semplice: tennis, sole, qualche passeggiata, mangiare bene e
stare insieme.
Sul pullman c'era già tutto quello che serve per
una spedizione di successo: racconti, risate, qualche biscotto, bottigliette
d'acqua, telefoni pieni di fotografie e, soprattutto, persone che dopo venti
minuti di viaggio avevano già bisogno di una pausa.
Il bello delle gite è proprio questo: si parte
pensando di conoscere tutti, dopo un'ora si scopre che non è vero. Dopo tre ore
si conoscono anche dettagli che non erano stati richiesti.
Una semplice gita non sarebbe mai bastata: tutti
aspettavano una competizione, un torneo. Il nome fu scelto con una certa solennità: LIDO
ADRIANO PANATTA CUP. Il gruppo aveva scomodato la leggenda, in quanto
ricorrono i 50 anni dalla sua vittoria a Roma, al Roland Garros ed infine la
coppa Davis. Un nome importante, che evoca il tennis italiano,
gli anni Settanta, il rovescio a una mano e quel modo un po' aristocratico di
stare in campo come se la pallina avesse il dovere morale di finire esattamente
dove vuoi tu. Le squadre erano due: LaVeronica e LoredanaBertè.
Nomi evocativi che fan parte della storia del campione…ed anche della
nostra storia.
Arrivati a destinazione, arrivò la tragica
notizia: i campi (causa acquazzone notturno) non erano praticabili. Ora, bisogna immaginare la scena! Una cinquantina
di persone adulte. Persone che hanno affrontato mutui, figli,
lavori, riunioni, suocere, mal di schiena e almeno una pandemia. Eppure,
davanti alla frase «i campi non sono praticabili», sembravano improvvisamente
bambini a cui avevano appena tolto il giocattolo. «Come non praticabili?» «Ma tutti?» «E domani?»
I campi erano lì. Bellissimi! Silenziosi! Quasi
provocatori. Sembravano dire: «Avete fatto tutta questa
strada. E adesso?» Il tennis, per quel pomeriggio, avrebbe dovuto
aspettare.
Ma il Tennis Club Spirano non è un gruppo che si
arrende facilmente. Così si passò al piano B. Bocce. Canoa. Carte.
Camminate lungo la spiaggia. Se non puoi fare tennis, puoi sempre remare. Regola
non scritta, ma evidentemente valida.
Le bocce furono subito prese molto sul serio. Gente che fino a cinque minuti prima aveva
discusso per una palla sulla riga ora studiava il pallino come se fosse una
questione di Stato. La canoa fu ancora più interessante: remare in
due è un po' come giocare in doppio: sulla carta sembra semplice. Nella
pratica, dopo tre minuti, uno dice: «Remi male.» L'altro risponde: «Sei tu che vai dall'altra
parte.» E il rapporto di coppia è già compromesso.
Sabato mattina si sperava nel miracolo e, prima
che si potesse pensare ad un complotto, il miracolo avvenne. Campi praticabili! Fu un momento quasi commovente. Le racchette furono recuperate e tutti tornarono
a fare quello per cui erano venuti.
Giocare a tennis, in doppio: il doppio è una cosa
meravigliosa. Perché non sei mai completamente responsabile di
quello che succede. Se vinci, è merito tuo. Se perdi, il tuo compagno
ha sbagliato. È una dinamica antichissima. Funziona
benissimo.
Le partite iniziarono.
LaVeronica contro LoredanaBertè. Volée. Pallonetti. Servizi. Smorzate. Recuperi impossibili. E colpi che, a essere sinceri, non avrebbero mai
dovuto essere tentati. Ogni punto aveva il suo commento. Ogni palla
sulla riga diventava una questione diplomatica. Ogni errore veniva spiegato con una teoria. «Era
il sole.» «Era il vento.» «Era la palla» «La superficie non teneva.» «Avevo il polpaccio.» Il polpaccio, in particolare, godeva di una certa
popolarità.
La sera, stanchi ma felici, arrivò la tombolata. Lì si scoprì una cosa importante. Il gruppo era
più competitivo a tombola che a tennis. Perché a tennis puoi dare la colpa al compagno. A
tombola no. «Ambo!» Silenzio. Controllo della cartella. «Sei
sicuro?» «Sì.» «Fai vedere.» «Non toccare.» E in quel momento la persona con cui avevi appena
condiviso una passeggiata sulla spiaggia diventava improvvisamente un
avversario irriducibile.
La domenica arrivò con quella malinconia tipica
dell'ultimo giorno. Quella sensazione che ti viene quando hai appena
iniziato a divertirti e qualcuno ti ricorda che devi tornare a casa. Prima però bisognava finire la Panatta Cup. Le partite furono combattute, ma alla fine emerse
una certezza. LaVeronica aveva qualcosa in più. Più continuità, freddezza, convinzione O forse semplicemente quel giorno aveva deciso
che la coppa doveva essere sua. Punto dopo punto arrivò il verdetto. La Panatta Cup è de LaVeronica.
Applausi, Abbracci. Naturalmente qualche sfottò. Perché si può essere maturi, si può essere
eleganti, si può avere aplomb inglese. Ma quando si vince contro gli amici, una piccola
cattiveria è praticamente terapeutica.
Nel pomeriggio i vincitori furono premiati,
quindi si tornò al pullman. Le valigie furono caricate. Le racchette riposte. Qualcuno dormiva già prima ancora che il pullman
partisse. Qualcuno guardava le fotografie. Qualcuno raccontava la partita appena giocata. Qualcuno correggeva il racconto di qualcun altro.
Perché nei ricordi sportivi una cosa è certa: dopo
ventiquattr'ore nessuno ha più giocato la partita che è realmente successa. Il mare si allontanava. La Panatta Cup era finita. LaVeronica aveva vinto. LoredanaBertè avrebbe avuto tutto il tempo per
preparare la rivincita. I campi da tennis avevano provato a fermarci: non
ci sono riusciti. Le bocce avevano tentato il colpo di Stato:
fallito. La canoa aveva messo in crisi alcune amicizie. La tombolata aveva creato nuovi nemici. Parti per giocare a tennis e poi succede di
tutto.
Alla fine scopri che il tennis era soltanto una
scusa. Una cosa era ormai certa:
La Lido
Adriano Panatta Cup era appena diventata leggenda. Lea Dangers
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